La sentenza sulle violenze in Teatro e gli impliciti della violenza maschile

di Marco Deriu *

Mi sono riproposto – come cittadino, come sociologo e come uomo – di leggere dalla prima all’ultima riga le sessanta pagine della sentenza del Tribunale Ordinario di Parma, Sezione Lavoro (giudice Dott.ssa Ilaria Zampieri) che ha condannato un noto regista tra i fondatori di un teatro cittadino per molestie e/o violenze sessuali nei confronti di due giovani attrici nell’Ambito di

un Corso di Alta Formazione tenutosi nel 2019, assieme ai vertici del teatro che hanno omesso di vigilare, o verificare – anche a fronte di plurimi indizi – l’esistenza di eventuali abusi e quindi non adottato provvedimenti per tutelare le attrici. La sentenza – che da diverse parti è stata definita “epocale” – stabilisce che entrambi, il Regista abusante e la Direzione teatrale, dovranno risarcire le querelanti. Il Tribunale ha disposto di oscurare i nomi sia delle parti querelanti che dei condannati prima della pubblicazione della sentenza.

Devo dire che, nonostante lavori e faccia ricerca sui temi della violenza maschile da tanti anni, la lettura del testo – con le precise e approfondite testimonianze che raccontano un crescendo di manipolazioni, abusi, umiliazioni e violenze brutali – mi ha turbato non poco.

Una sentenza “epocale”

Si tratta di una sentenza storica, di “un passo di civiltà contro la violenza” ha sottolineato la Dott.ssa Alvisi, Consigliera Regionale di parità dell’Emilia Romagna che ha seguito il ricorso durante la conferenza stampa organizzata da “Differenza Donna” e “Amleta” il 24 novembre scorso: «Per la prima volta in Italia viene affermata la responsabilità anche a chi doveva prevenirle e impedirle». La vicenda, ha notato da Cinzia Spanò di “Amleta”, chiude «una delle pagine più buie della storia del teatro italiano».

«Un cambiamento culturale è indispensabile perché l’intera nostra società e tutti i luoghi della nostra società siano liberati dalla violenza maschile contro le donne», ha chiarito Elisa Ercoli di “Differenza Donna”. Ma se questo è l’obiettivo cosa occorre ancora fare, dato che questa vicenda non chiama in causa solo il mondo del teatro ma la comunità intera, donne e uomini? Ce lo siamo chiesto nei giorni scorsi con gli amici e le amiche di Maschi Che Si Immischiano a margine di un incontro di Teatro Forum dedicato a come liberarsi dagli stereotipi che alimentano la violenza.

Da questo punto di vista il contributo che possiamo provare a dare è quello di tentare di comprendere più a fondo le logiche, le dinamiche anche più implicite e nascoste della violenza maschile, per provare a riconoscerla quando si profila vicino a noi, in modo da contrastarla più consapevolmente e prontamente.

Il momento in cui si rimette a fuoco il contesto: le dinamiche della violenza maschile

Le storia che emerge dalle testimonianze si intreccia con quella di un noto regista teatrale di chiara fama, con una carriera brillante, con prestigiosi incarichi di responsabilità, riconoscimenti e relazioni importanti in tutto il paese. Un regista presso cui venivano inviate molte giovani per essere aiutate ad avviare una luminosa carriera nel mondo del teatro. Quale occasione migliore di un corso di Alta Formazione presso il teatro come percorso privilegiato per l’accesso al competitivo e ambito dello spettacolo teatrale. Ma fin dall’inizio il corso presenta delle anomalie. Il regista/ insegnante arriva con enormi ritardi al Corso, obbligando i/le corsisti/e a trattenersi fino a sera. Pian piano alcune giovani attrici vengono invitate a trattenersi fino a tarda ora e il regista comincia a creare delle situazioni più intime con la scusa di “provare”, “approfondire” quella parte o quel testo. La metodologia si rivela quella di circuire e blandire le aspiranti attrici, adularle per la loro bravura e promettere un futuro luminoso. Man mano che le attrici si affidano, vengono messe in situazioni sempre più imbarazzanti con la scusa di dover apprendere la libertà e la sensualità della recitazione, mettendo da parte ogni pudore e affidandosi totalmente a lui. Ovviamente poche persone risponderebbero a richieste dirette ed esplicite di un uomo. Ma il gioco di prestigio sta nel confondere soggetti e oggetti del desiderio. Si tratta di mescolare abilmente i bisogni e le aspirazioni delle giovani con le istanze e le necessità dell’arte, e poi nuovamente le istanze e le necessità dell’arte con le pretese e le voglie del maestro, di “sua maestà” o infine semplicemente del “padrone”, per seguire l’evoluzione del linguaggio.

Il catalogo degli abusi comincia dai commenti estetici e dalle precise richieste di abbigliamento, passando per le molestie verbali, a forme esplicite di umiliazione. Proseguono con la richiesta di recitare svestite, di farsi fotografare nude con luci diverse, per giungere alle molestie sessuali – talvolta nel contesto delle prove anche di fronte ad altri/e – per terminare con gli abusi più brutali. Ma la semplice elencazione non aiuta a comprendere il percorso che porta verso l’abisso. In parte perché, per quanto si faccia fatica a riconoscerlo, molte cose sono più o meno comprensibili o accettabili a seconda del contesto in cui vengono proposte. Quindi almeno fino ad un certo punto è sufficiente alterare o confondere la percezione del contesto.

Si registra in questo percorso una progressione nel linguaggio, nelle espressioni, nelle richieste e nei comportamenti. In altre parole c’è un pensiero strategico, si mira a fare un passo dopo l’altro rilanciando le richieste, spostando sempre più in là il confine in modo da far perdere l’orientamento su quando è il momento opportuno per sottrarsi o fuggire. Ma il fatto è che quando arrivi a capirlo, ovvero quando improvvisamente rimetti a fuoco l’intero contesto, a quel punto è già troppo tardi. A quel punto non è più il disagio o la confusione, ma lo shock, il congelamento, il blackout.

C’è in questo procedere, un qualcosa che ricorda certe elaborate strategie di pesca o di caccia, in cui lo sventurato animale è adescato e incoraggiato ad avanzare in maniera apparentemente naturale e spontanea, a proseguire per un lungo tratto in una certa direzione in un percorso che presto comincia a restringersi sempre di più fino a punto in cui gli spazi si chiudono e l’intero percorso – non solo l’esito finale – si rivela per quello che è: una trappola.

Mentre leggevo continuavano a rimbalzarmi nella testa delle domande. In che modo, attraverso quali esperienze, frequentando quali scuole, alcuni uomini arrivano a pensare il rapporto con le donne attraverso questo tipo di pensiero? E quanto tempo ci vuole, quanti tentativi, per mettere a punto, provare e assestare simili sofisticati dispositivi? Siamo di fronte a casi isolati o vediamo solo lo scorcio di una scena molto più ampia?

Potere, prestigio e violenza: i fondamenti culturali e simbolici della violenza

Ampliando il ragionamento dobbiamo domandarci cosa a livello culturale e sociale precede, istruisce e rende così radicati e incontrastati certi comportamenti.

Tra gli aspetti più rilevanti della vicenda e anche della sentenza c’è il riconoscimento che almeno alcuni comportamenti prevaricatori e alcuni abusi emergessero anche nel corso delle prove o alla presenza di altre persone. In questo caso come in tanti altri l’abusante agisce indisturbato perché conta su una presunzione di intoccabilità e impunibilità.

Emerge qui, come ha stabilito giustamente la sentenza, in primo luogo una responsabilità dell’Ente culturale che non ha agito per prevenire i comportamenti inopportuni e tutelare le corsiste anche in ragione delle “differenze di ruolo” ma anche di responsabilità tra un insegnante e un’allieva.

Ma anche su questo, val la pena ampliare lo sguardo e la riflessione. Lo sfondo infatti richiama inevitabilmente una connessione tra “asimmetrie di potere” e abusi. Ma il potere non è una “cosa”. Dunque, per non semplificare eccessivamente, occorre domandarsi su quali basi strutturali e sociali questo potere si costituisce e si riproduce a livello locale e non solo. Qualcuno per esempio ha detto che la fama del regista a livello nazionale era quella di un “personaggio controverso”, ma questa formulazione è a sua volta una strategia di eufemizzazione e di anestetizzazione di possibili abusi che non ha impedito – ma magari dovremmo dire ha contribuito – ha mantenere il ruolo pubblico del personaggio per oltre un ventennio dopo il primo manifestarsi di alcuni dei comportamenti accertati dal processo.

A livello simbolico ci potremmo interrogare sugli effetti negativi – che si registrano nei più diversi settori – del culto della personalità. E potremmo riflettere sulla facilità con cui la notorietà e il prestigio si possono mutare in potere e in abuso. Non solo perché da principio, come abbiamo visto, la strategia dell’abusante risiede nella sua capacità di convincere le allieve della straordinaria opportunità di aver conquistato la sua attenzione, di essere state messe al centro del suo mondo prestigioso. Ma anche perché nella parte conclusiva della vicenda, le vittime di molestie – tanto più se giovani – temono che la loro parola e testimonianza, qualora decidessero di denunciare, non riceverebbe lo stesso ascolto o lo stesso credito di quella di un’insigne e prestigiosa autorità.

Non sorprende comunque riconoscere che in una certa mentalità sessista il prestigio e il potere vengono tradotti e scambiati immediatamente in diritti di controllo e dominanza sessuale sul corpo delle donne. L’immaginario patriarcale dell’harem sessuale non è scomparso, ma si è modernizzato. Più si considera di avere prestigio e potere e più si ritiene di aver diritto a disporre di una riserva di caccia. Molte forme di abuso sessuale richiamano più il godimento del potere e della dominazione che quello del piacere sessuale in quanto tale. Tale godimento si estende al controllo e all’amministrazione delle vittime nelle loro vite private anche al di fuori del proprio diretto coinvolgimento.

Ma emergono comunque anche altri elementi puntuali e strutturali che rendono ancora più solidi e stringenti certi meccanismi che altrimenti apparirebbero solo dinamiche di tipo psicologico relazionale. Se, come abbiamo visto, nelle prime fasi di “adescamento” ad alimentare la dinamica erano i complimenti e gli incoraggiamenti riservati alle giovani e promettenti attrici, nell’ultima fase queste promesse vengono rapidamente sostituite dai rimproveri e dalle minacce. Le “vittime” che si tirano indietro vengono prima punite con pesanti giudizi svalorizzanti, e infine vengono minacciate, giacché il regista vanta la possibilità con il suo solo intervento o la sua parola non solo di sbarrare la possibilità di collaborazione con il teatro di Parma, ma anche di chiudere dappertutto le porte di accesso al mondo del teatro. E in effetti per una ragione o per l’altra il corso ha segnato per alcune persone non l’inizio ma la fine di una possibile carriera teatrale ed artistica. Dunque non è solo la posizione di prestigio e di potere, ma il ruolo di guardiano – reale o vantato – dell’accesso o della chiusura verso il mondo del teatro.

Simili dinamiche, lo sappiamo, funzionano in tanti contesti diversi: nel mondo dell’arte come in quello del cinema, nella televisione come nel giornalismo, nell’Università come nelle istituzioni pubbliche. Finché i “cancelli” o i “meccanismi” di selezione ed accesso saranno presidiati e controllati da maschi, questo continuerà a dare agli abusanti un’arma molto concreta, mentre le donne continueranno a dibattersi nella lacerante scelta tra sottomissione ed esclusione. Quando pensiamo alla violenza dunque dovremmo ricordarci che non è solo quella che colpisce direttamente e visibilmente il corpo e la psiche di una persona che attraverso la manipolazione e l’umiliazione produce la demolizione ed espropriazione del sé e le forme di oggettificazione, ma anche quella più sottile e invisibile che continua a disperdere energie, talenti, competenze a mutilare le esistenze di tante persone perché non sufficientemente “disponibili”, “carine” o “idonee” per il gusto e il giudizio maschile.

Con questo naturalmente non penso ingenuamente che sia sufficiente che i posti apicali siano occupati da donne per impedire che si ripetano le stesse dinamiche. Quello che voglio dire è che dobbiamo contrastare le logiche del prestigio e del potere, così come sono state pensate dalla cultura patriarcale.

Alcuni spunti in prospettiva

Negli ultimi anni ho avuto modo di studiare e fare ricerca sulla questione delle molestie sessuali. Con un’equipe interdisciplinare del CIRS (Centro Interdipartimentale di Ricerca Sociale) abbiamo condotto per conto del CUG dell’Università di Parma un’approfondita ricerca sul problema delle molestie nel contesto di studio e di lavoro dell’università, i cui risultati abbiamo presentato in un convegno e pubblicato in un libro. Più recentemente, nell’ottobre scorso, insieme con alcune colleghe del Corso Magistrale di Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale, del CIRS e del CUG abbiamo invitato alcune giornaliste, copywriter ed illustratrici a presentare in un seminario universitario altre inchieste sulle molestie nelle redazioni, nei corsi di formazione per giornalisti, nelle agenzie pubblicitarie, e nel mondo dell’illustrazione e del fumetto. Altre interessanti ricerche hanno esplorato questi problemi nel contesto degli ambienti dell’intrattenimento serale e notturno o anche nello spazio pubblico della strada.

Con il lavoro di associazioni come Maschile Plurale e Maschi Che si Immischiano – spesso a fianco dei Centri e delle realtà femministe – abbiamo incontrato il problema delle molestie e delle violenze in altri ambienti ancora: dalle scuole alle realtà sportive, dalle imprese ai sindacati, dal volontariato, dagli ambienti religiosi a quelli antagonisti. La cronaca locale e nazionale ci ricorda di come questo fenomeno attraversi gli ambienti medici e sanitari, le stesse istituzioni e naturalmente il web e i social.

Al di là delle peculiarità di alcuni contesti, il fenomeno delle molestie e delle violenze presenta alcune caratteristiche che è bene ricordare per poter articolare un più efficace lavoro di prevenzione e di contrasto.

Si tratta di un fenomeno radicato e pervasivo, che non dipende dalla classe sociale, dall’etnia o dal grado di istruzione, ma da forme culturali e modelli sociali patriarcali o sessisti. Se è vero che certe forme di ignoranza possono riprodurre stereotipi e modelli sessisti, d’altra parte la violenza molto spesso si giova e approfitta del ruolo e della posizione dell’abusante e della sua disponibilità di amministrare risorse economiche, culturali, sociali e simboliche. Quindi una diseguale distribuzione di risorse può essere sia causa che conseguenza della violenza di genere.

La gravita del fenomeno non si misura solo dalle sue forme estreme ed apicali, ma anche dal carattere continuativo e sistematico di specifici atteggiamenti sessisti e discriminatori. L’imposizione di un linguaggio, la ripetizione costante di piccoli abusi, la definizione di uno stile relazionale, costituiscono il terreno in cui attecchiscono, si sviluppano e prendono forma le manifestazioni più gravi di violenza. La ridondanza è dunque un elemento importante e una delle dimensioni della rilevanza e dell’impatto degli abusi. Per questo contestare e contrastare anche i micro-comportamenti sessisti e discriminatori nei diversi contesti di vita quotidiana è un presupposto cruciale per contrastare la cultura dell’abuso.

Anche se queste condotte sono tenute da un numero limitato di soggetti – principalmente uomini – esse si avvantaggiano della tolleranza, dell’indifferenza o comunque della passività di un numero molto più significativo di spettatori e testimoni. Il lavoro culturale e sociale di responsabilizzazione di questa “zona grigia”, anche se meno urgente nell’immediato, è in prospettiva altrettanto cruciale del monumentale lavoro di supporto alle vittime svolto dai Centri antiviolenza o del lavoro di recupero dei Centri per uomini autori di violenza delle reti pubbliche (LDV) o private (Relive). In questa prospettiva occorre stimolare gli uomini a ritagliarsi e riconoscersi creativamente un ruolo diverso non soltanto da quello dell’abusante e del protettore (le due cose tra l’altro spesso finiscono col confondersi), ma anche da quello del testimone passivo. Un ruolo che contribuisca a sostenere e a far spazio nelle nostre comunità e nel lavoro sociale ed educativo ad un’immagine più ecologica e meno alienata di maschilità.

                Le persone abusanti pensano di poter utilizzare e indirizzare la violenza per i propri fini e per un po’ l’illusione può anche funzionare, perché questi comportamenti sembrano garantire l’accesso a ciò che si aveva in testa. Quello di cui normalmente non si accorge l’abusante è che contemporaneamente la violenza immiserisce, svilisce e logora la trama sottile della vita e dell’umano anche attorno a sé.

Più in generale, occorre comprendere che le molestie e le violenze maschili non colpiscono solo le vittime, ma come cerchi che si allargano in ogni direzione vanno poi a colpire inevitabilmente le reti sociali e famigliari delle persone coinvolte, avvelenano gli ambienti di vita, di studio e di lavoro di molte persone, e infine condizionano e irrigidiscono le percezioni e i pregiudizi sociali su quello che ci si può attendere da un uomo o da una donna. Anche per questo, la lotta contro le molestie e le violenze di genere non è solo una questione di giustizia e di rispetto verso le donne, ma anche una questione di libertà per tutti.

* Sociologo e docente dell’Università di Parma, fa parte dell’associazione parmense Maschi che si immischiano, e dell’associazione nazionale Maschile Plurale.

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4 thoughts on “La sentenza sulle violenze in Teatro e gli impliciti della violenza maschile

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  1. Tutto molto giusto, ben ragionato e ben analizzato. Si parla di abusi durati un ventennio, prima a Torino, Venezia e poi a Parma e anche in altri teatri dove nessuno l’ha fermato. Il problema è l’omertà maschile, quando si immagina che chi si permette gli abusi sia un maschio Alfa. Molto ricco, molto conosciuto, molto famoso, molto intelligente e pieno di donne. Chi si mette contro sembra uno sfigato. Allora si sceglie l’omertà che è molto più facile e ti toglie da ogni responsabilità civile.

  2. Ho subito e lottato a mio modo contro gli abusi maschili, sia nell’ambito lavorativo ,che nella militanza politica. Essere attraenti per le donne che vogliono far valere la propria professionalità e,o, competenza, sembra una maledizione. La prima cosa che balza agli occhi di un uomo che esercita potere in qualsiasi ambito è, l’avventura e questo ,( non solo impedisce alle donne di far valere la competenza), ma impedisce loro di credere di essere capaci di esercitarla. Questo crea un circuito vizioso che fa cadere l’autostima. Con conseguente rinuncia alla carriera . Doppia punizione quindi! Personale e professionale con le conseguenze che conosciamo . Il rilegare le donne nell’ambito familiare ,madri, moglie, nuore. L’importante che la donna garantisca la ” cura” della famiglia. Questo è quello che questo atteggiamento patriarcale ,che sopravvive nonostante tutto. Grazie!

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