Sono incappata per la prima volta nella parola “femminicidio” vent’anni fa, giovane cronista. Era il 2006 dell’annus horribilis di Parma: Tommaso Onofri, Maria Virginia Fereoli, Paolo Salvarani, Helidon Hjsenaj, Gianmarco Roveraro, Silvia Mantovani. Una scia di uccisioni brutali che sembrava
non avere mai fine e toglieva il respiro. È stato il tempo in cui i sei gradi di separazione, in una piccola città e altrettanta provincia, mi hanno chiamata urgentemente in causa su ciò che ogni giorno maneggiavo: le parole.
È tra le righe che dovevano raccontare Maria Virginia Fereoli e Silvia Mantovani che ho sentito il disagio e l’inquietudine di non avere le parole giuste per dire e anche per legare le loro storie. Uniche, diverse ma il cui finale di sangue univa (questo mi era ogni volta sempre più chiaro) loro e altre donne da Nord a Sud, dicendo qualcosa di una società intera. Qualcosa che c’era bisogno di nominare e che era già stato nominato sin dalla metà degli anni Settanta in diversi studi di criminologia, antropologia e sociologia. Nei dizionari italiani il vocabolo “femminicidio” è entrato per la prima volta nel 2009, nel Devoto Oli, ma oggi continuiamo a dover spiegare perché sia una parola necessaria. Come tante volte accade, a venirci in soccorso (modo di dire qui amaramente ironico…) sono i dati: secondo l’indagine “La criminalità tra realtà e percezione”, commissionata a Eurispes dal Dipartimento della pubblica sicurezza- Direzione centrale della polizia criminale, dal 2007 al 2025 gli omicidi totali in Italia sono diminuiti del 48%. E questa è un’ottima notizia.
La suddivisione per moventi ci dice che a dimezzarsi sono state le uccisioni legate alla criminalità organizzata e a quella comune. Non sono invece calati, ma anzi in certi anni hanno avuto picchi drammatici, quegli assasinii con due costanti: le vittime sono donne e gli autori sono uomini che le conoscevano da vicino. Mariti, compagni, fidanzati, ex, pretendenti (non a caso il verbo pretendere): non dunque le strade ma le case, gli uffici, le fabbriche, le palestre, le scuole, i luoghi delle relazioni che abitiamo. Vogliamo raccontarci che quei numeri sono un caso? Che la diminuzione della violenza TRA uomini ma non della violenza DI uomini verso le donne non debba essere indagata? Ci fa davvero sentire e soprattutto essere più al sicuro? Io credo di no. Chiamarli femminicidi ci aiuta a definirne con precisione l’origine: non certo l’amore, non certo la gelosia, non il rifiuto, non certo la sofferenza di una separazione, non una patologia psichiatrica.
La sfacciata brutalità dei numeri, inoltre, dovrebbe obbligarci a dirci con franchezza e umiltà che ancora nasciamo tutti, tutte, in una cultura che più o meno sottilmente mantiene dispari le relazioni, in particolare quelle affettive. E ci obbliga ad approcciarci senza pregiudizio a termini come patriarcato e possesso. La sfacciata brutalità dei numeri, letti per davvero, ci costringe a ragionare di prevenzione prima di dover celebrare funerali. Abbiamo bisogno della parola “femminicidio” perché oltre alla morte delle donne e allo stravolgimento delle esistenze dei loro affetti più cari, il femminicidio sancisce per gli uomini lo smarrimento del senso della propria vita. Dopo aver eliminato chi con le proprie scelte libere porta una frustrazione, un dolore, una rabbia che non sanno gestire, diversi si suicidano o tentano il suicidio. Quando si sono smarriti e li abbiamo smarriti, questi uomini? Quando hanno pensato che non ci potesse essere più futuro per loro?
Poi ci sono gli altri, quelli non temono affatto le conseguenze delle loro azioni. Non temono l’arresto, né la detenzione, nemmeno l’ergastolo: non c’è pena sufficiente a scalfire la determinazione a esercitare fino all’estremo un potere che considerano evidentemente legittimo. Non accade nemmeno quando sono padri e, oltre all’amore, dovrebbero sentire la responsabilità di lasciare orfani i propri figli: di una madre che non c’è più e di un padre che sarà assenza. Di nuovo, quando li abbiamo smarriti, questi uomini? Quando hanno pensato che non ci potesse essere altro futuro per loro?
Se vogliamo fare prevenzione si torna inevitabilmente alla questione culturale. Che la colpa sia strettamente personale credo non sfugga a nessuno; ci sono responsabilità di cui invece è necessario farsi carico in modo collettivo. Una di queste è il contributo di ogni persona al cambiamento necessario per affermare le relazioni come il luogo in cui esistono soggetti e non oggetti, in cui si realizza la scelta quotidiana di esserci e non il pericolo di andare via. Anni fa avrei scritto che per capirne l’urgenza sarebbe stato sufficiente entrare in una scuola superiore. Ora l’urgenza è già alle medie. Incontrando ragazzi e ragazze e dialogando con loro sull’amore, sulla gelosia e sul rispetto emerge una quota di adolescenti con grande consapevolezza su diritti e libertà e una molto più ampia in cui il controllo fa parte “naturalmente” delle relazioni affettive. È spesso senza reciprocità e scambiato come prova d’amore; si estende al come vestirsi, a cosa fare nel tempo libero, a quali amicizie frequentare in presenza e virtualmente, al se poter uscire quando l’altro non può. Sembra anacronistico e invece è reale, aiutato anche da strumenti tecnologici che rendono il controllo a portata di app.
So che a questo punto devo affrontare l’obiezione del “non tutti gli uomini sono così”. Non voglio liquidarla con un amaro “E ci mancherebbe!”. E dunque: è possibile per i tantissimi “non tutti” un passo in più? Con numeri come quelli dei femminicidi, il “non tutti gli uomini” fa sì che manchi una voce comune, rumorosa e alleata, di cui c’è invece un infinito bisogno. I numeri, questi numeri, ci dicono che nella vita molto probabilmente ci capiterà di essere familiare, amicizia, vicino di casa, collega di una vittima o di un autore di violenza o che rischia di diventarlo. Ecco, mettersi all’ombra di un “non tutti gli uomini” oggi significa mettere distanza da posture che potrebbero salvare concretamente delle vite o migliorarle: saper ascoltare; allenarsi a prendere posizione; informarsi su dove indirizzare; avere vista e udito più fini per cogliere se c’è qualcosa che non va nelle relazioni che incrociamo.
La buona fede e la buona volontà hanno bisogno oggi, ancora e ancora di più, di consapevolezza e competenze. È solo così che “femminicidio”, “possesso”, “patriarcato” potranno diventare vocaboli desueti: quando faranno parte di un passato che abbiamo contribuito a cambiare.
Chiara Cacciani
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